Levi Giuseppe
Il fascicolo di Levi Giuseppe conservato nella serie Questura di Pesaro è molto ricco di documentazione. Ne riassumiamo i punti salienti attingendo alla scheda biografica a lui dedicata nel sito https://www.archiviomaggiolimazzoni.it
Percorso di internamento: giunge in provincia di Pesaro e Urbino nel 1943 dal Campo di Urbisaglia (MC); conosce vari luoghi di internamento nella provincia di Pesaro e Urbino e fuori. L’ultimo è Sant'Angelo in Lizzola (PS) dal 16/6 al 29/7/’43.
Di professione avvocato, nel 1937 prende contatto a Parigi con Carlo Rosselli per combattere al fianco delle brigate internazionali repubblicane in Spagna. Viene scoperto tramite infiltrati e torna a Genova, ma ormai è bollato come antifascista da sorvegliare.
Il 10 maggio 1938 viene arrestato e sconta tre mesi di carcere nella sua città, dopodiché è condannato a cinque anni di confino politico, che si ridurranno per atto di clemenza del duce. Resta confinato per circa 19 mesi in vari luoghi.
Con l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale - 10 giugno 1940 - Giuseppe Levi viene nuovamente arrestato e destinato all'internamento. La prima sede di internamento è il campo di concentramento di Urbisaglia (MC) presso villa Giustiniani-Bandini, dove giunge il 26 giugno 1940.
Il giovane Levi ama la fotografia e a Urbisaglia denuncia lo smarrimento della costosa macchina fotografica che si era fatto spedire da casa, via ferrovia, ma che manca in valigia. Nonostante il divieto, sia nel precedente confino che nelle successive sedi di internamento realizzerà preziosi scatti agli altri prigionieri e agli ambienti.
Il 5 ottobre 1940, per problemi di salute lascia Urbisaglia e ottiene il trasferimento in un comune della Provincia di Pesaro dove può curarsi, prima Apecchio, poi Sassocorvaro che dispone di infermeria. La permanenza sarà breve in quanto di qui viene nuovamente allontanato per punizione: imprudentemente si è confidato con un altro internato, suo correligionario, esprimendo commenti sgraditi al regime.
Inviato al Sud, Levi conoscerà prima il campo di concentramento di Gioia del Colle (BA), poi quello di Isola Gran Sasso (TE). Nel maggio 1941 è destinato nuovamente alla provincia di Pesaro. Trascorre un primo periodo di restrizione a San Leo, poi a Piandimeleto dove con altri ebrei e politici antifascisti dimora presso la famiglia Rosaspina che si rivela in sintonia con il sentire degli internati politici, tanto che di notte permette loro di ascoltare Radio Londra. Nel successivo comune marchigiano, Pennabilli, Levi è nominato rappresentante della Delasem. In tale veste coordina il gruppo degli internati, immortalati anche in alcuni scatti fotografici: si riconoscono Giorgio Saqui, Moisè Laib Ryza, Arturo Ball, Irma Olschowski e l' amico di Pino, Marco Finzi.
Da Pennabilli, Levi è trasferito a Macerata Feltria, sempre in territorio pesarese, dove resta a lungo, poco meno di un anno, per poi passare a Cagli e Sant’Angelo in Lizzola.
Tormentato dall'inerzia delle sue giornate, dalle restrizioni e dal pensiero per i genitori che vanamente rinnovano appelli alle autorità per farlo tornare a casa, Levi, i cui interessi politici e culturali spaziano in un vasto ambito, cerca anche di ottenere libri in lettura, sottoposti comunque a controlli e censure.
Liberato con le misure del Governo Badoglio dopo l'8 settembre, lascia ancora Genova, questa volta per unirsi spontaneamente alle formazioni partigiane dei Castelli Romani alle quali si aggrega nell’ottobre 1943 per diventarne il comandante militare.
In qualità di capo partigiano, dimostrando sprezzo del pericolo, dedizione incondizionata e intelligenza tattica, Giuseppe Levi dirige alcune clamorose azioni di sabotaggio ai danni dell'esercito germanico, fra le quali quella al Ponte “sette luci” nella notte tra il 20 e il 21 dicembre 1943, descritte efficacemente nel suo Guerriglia nei castelli romani, edito nel 1945.
A guerra finita, Levi, che aggiunge al proprio cognome quello della madre, denuncerà il correligionario che aveva di fatto causato il suo trasferimento in campo di concentramento … Ma ormai il responsabile era andato incontro alla morte. La stagione della vendetta e del conflitto diventa sempre più lontana, come emerge dall'introduzione alla seconda edizione del diario partigiano, del gennaio 1971, nella quale Giuseppe Levi auspica un mondo non più segnato dall'odio dell'uomo verso l'uomo.
Su di lui L. Maggioli, A. Mazzoni: Il ponte sette luci. Biografia di Giuseppe Levi Cavaglione.